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The Man in the High Castle S03E01

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Vorrei riuscire a vedere l’intera terza stagione come fosse un solo lunghissimo film. Peccato di mezzo ci sia la Juventus che gioca alle 18.00, l’anticipo del campionato di futsal femminile e un sacco di altri impegni di traverso ad occupare indebitamente le mie ore.

La prima puntata è nel cassetto dei miei ricordi però. Oltre un’ora è trascorsa tra un “riassunto delle puntate precedenti” e lo spiegarsi delle nuove trame nell’intreccio di politica, vita e dimensioni parallele che compongono il tessuto vitale di questa serie tv.

Le pellicole, quelle pizze con film di un futuro possibile altrove e di un futuribile passato continuano a condurre le vite dei protagonisti di questa storia. I personaggi come in una battaglia per il Trono di Spade continuano a morire come mosche divise tra due superpotenze nucleari.

L’orgoglio della razza, la necessità di appartenenza e la difficoltà di essere unici. Quella parola “causa” che continua a rimbalzare attraverso la narrazione, sono tra gli aspetti che più mi hanno colpito da quando ormai quattro anni fa ho iniziato a seguire la serie.

Ricordo ancora il debutto affannoso su amazon prime della prima stagione, l’aver ripreso in mano il libro di Dick, la Svastica sul Sole, forse uno dei pochi titoli tradotti in italiano decisamente più belli del titolo originale. Non dimentico certo lo scempio di “anche gli androidi sognano pecore elettriche”…
Probabilmente non averne un fresco ricordo, anzi aver deciso di riprendere la lettura della versione originale potrebbe essere un incentivo a ricercare le differenti scelte narrative messe in opera dagli sceneggiatori di quella che rimane una straordinaria serie tv diastopica.

Dimenticavo c’è anche la giornata di College Football a rubare il tempo che altrimenti avrei destinato a consumare tutto d’un fiato The Man in the High Castle.
Mi chiedo poi perché l’errore rosso che segna Word sia meno grave di quello blu. Non è rosso il colore del sangue e dovrebbe indurci a prestare più attenzione?

Vorrei salutarvi con Sieg Heil, cosciente che quello che era un saluto alla vittoria sia diventato uno degli emblemi del nazional socialismo. Già socialismo ma spiegarlo ai beoti che popolano i social network esula dallo scopo di queste note da spettatore.

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