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A Star is Born

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Quante possibilità esistono di trovare qualcuna che canta con la voce Édith Piaf, in un bar durante una serata drag queen?
Le stesse credo, che ho di recarmi al campo qui vicino a guardare una partita di terza categoria provinciale e scoprire che in campo c’è qualcuno che gioca come Diego Armando Maradona.

Questa la prima riflessione, quella che mi ha fatto premere il pulsante pausa per condividerla con Federica, a proposito di “A Star is born”, film che ho già visto due volte.

La prima volta, guardo il film per capire come va a finire, la seconda per apprezzare tutto quello che mi ero perso la prima volta, ad esempio il cane fuori dalla porta del garage all’interno del quale si è appena ucciso il personaggio di Bradley Cooper.
Quel cane che è ancora lì quando Ally in casa distrugge pezzi dei ricordi dell’amore di una vita.
Lo stesso cane che l’aspettava a casa di ritorno dalla clinica dove il protagonista si era fatto ricoverare sperando di uscire dal tunnel della dipendenza.

Così vi ho rovinato il finale del film ma non fa niente, se non ne avete sentito parlare vi meritate qualcosa del genere.

Ricorre spesso il tema del suicidio lungo l’arco narrativo, adoro usare questo termine, lasciando sempre quella sottile scia di ineluttabile e incombente distruzione. Vero il film fortunatamente risparmia agli spettatori come me i dettagli del suicidio. Un tema ricorrente nel mondo dello spettacolo musicale e che rende ancora più tragica la frase: “I just want to take another look at you”, diventata virale dopo il trailer dello scorso anno, anticipava l’uscita della pellicola in occasione del Festival del Cinema di Venezia.
Sebbene nella versione del 2018 venga usata dal personaggio di Bradley Cooper nelle fasi iniziali del film, quella stessa frase viene pronunciata dal protagonista prima di lasciare Ally per l’ultima volta.

Notare il nasone di Lady Gaga che poi in realtà si chiama Stefani Joanne Angelina Germanotta e scoprire sui titoli di coda che questo film è tratto da ben due adattamenti per il grande schermo del 1937 e poi del 1954. Per correttezza storica proprio nel 1954 c’era Judy Garland a recitare nella parte della star in divenire.
A questo punto della mia ricerca per questo articolo, la curiosità mi ha spinto a guardare anche quella pellicola.
Ebbene le scene finali coincidono, scena per scena. Perfino il set è lo stesso: lo Shrine Auditorium.

Ne esiste una versione “bollywood” e un musical, insomma la storia d’amore tra un famoso musicista con un problema di alcolismo e una giovane star in divenendo è uno di quei cliché che risuona facilmente con un vasto pubblico. Per incassare però quasi 350 milioni di dollari non basta una bella storia, c’è bisogno di raccontala così bene da lasciare allo spettatore un pezzetto di film nel quale riconoscersi.
Se vi accadrà di rivederlo più di una volta non sentitevi in colpa, capita sempre con le belle storie.
Non scordate i fazzoletti, se siete particolarmente sensibili potreste averne bisogno.

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