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The healing power of Hotel Del Luna

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Dove va la nostra anima quando termina il nostro ciclo biologico?
Diventiamo fantasmi? Esiste davvero un aldilà?
La fantasia delle sorelle Hong Jung-eun e Hong Miran, autrici di “millemila” drama coreani, invitano lo spettatore ad intraprendere un viaggio attraverso queste domande, alla ricerca di risposte.
Immancabile la storia romantica tra protagonisti, ti prende per mano e ti conduce attraverso le vie impervie che conducono alla presa di coscienza di se stessi e degli altri, nel quadro generale della vita e della morte.
Romanticismo si, ma bittersweet.

Hotel Del Luna (Hangul: 호텔 델루나) è un hotel situato nel centro di Seoul. All’apparenza un vecchio edificio, rivela la sua vera natura solo agli spiriti erranti. Hotel del Luna è un albergo per fantasmi. Qui si recano quelle anime in cerca di conforto, quelle non ancora pronte per attraversare il fiume Sanzu e passare definitivamente nell’aldilà. Proprietaria di questo Hotel è Jang Man-wol (Lee Ji-eun), una “giovane” donna di 1300 anni che, a causa delle sue azioni, è stata punita dagli dei e costretta ad accogliere le anime erranti dei defunti. Dopo 1300 anni diventa general manager di questo albergo speciale Ku Chan-Seong (Yeo Jin-goo), un giovane e decisamente molto vivo laureato di Harvard che, a causa di un accordo tra suo padre e Jang Man-wol, si trova a dover gestire l’hotel e i suoi ospiti.

Come è facile immaginare, il rapporto tra i due protagonisti sarà il filo rosso dal quale si dipaneranno le storie dei vari personaggi secondari.
Vi ho già raccontato troppo della trama per i miei gusti, quindi, per scoprire tutte le strade percorse da questa storia – e ce ne sono davvero tante – vi tocca vedere le 16 puntate in lingua originale sottotitolate in inglese.
Non so se esista una traduzione in italiano ma facciamo che l’inglese è meglio.

Dicevamo storia d’amore si ma bittersweet. Una storia che mostra quanto siano “healing” l’amore e il perdono e, di contro, quanto il risentimento distrugga letteralmente l’anima.

Vale la pena investire 16 ore della propria vita in un “drama” come questo?
Inizialmente, seppur ricorreva spesso nelle ricerche di serie tv, questo titolo non riusciva a suscitare in me nessun interesse. Poi un viaggio di sei ore verso Varese, mi ha convinto a guardare almeno la prima puntata. La strada era tanta e il viaggio lunghissimo.
Oggi posso dire che fortunatamente ho avuto sei ore a disposizione anche al ritorno, per la felicità di Mauro che continuava a prendere gomitate dal nostro compagno di viaggio.
Alla luce di questo, la mia risposta alla mia domanda è si, secondo me ne vale la pena.

Non si può nascondere che la grande fetta di spettatori è e sarà di sesso femminile, ma considerando le dicotomie bene/male e amore/odio – e la bellezza eterea di Lee Ji-eun – questa serie può trovare gradimento anche in una fascia di spettatori di sesso maschile.
Inoltre la storia no ha particolari problemi narrativi, è coerente e non troppo smielata.
Nota di merito per la componente stylish: gli outfit di Jang Man-wol sono pazzeschi.

Personalmente sono rimasta colpita, ancora una volta, dalla scelta dei colori. Tinta blu/viola e contrasti netti sono -anche- il mio modo di vedere il mondo. Le foto che scatto per lavoro ad esempio finiscono sempre per rappresentare questa mia visione delle cose. Le foto “classiche” le lascio ai fotografi bravi.
Credo che questo aspetto abbia giocato un ruolo decisivo nella mia nuova passione per le serie coreane.

Il tempo ora inizierà a scarseggiare, la stagione di futsal femminile è appena iniziata e anygivensunday.it richiede tutte le mie attenzioni quindi dovrò scegliere con attenzione la prossima serie. Qualche suggerimento?

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