Coppa della Divisione 2020

Non ho nemmeno la forza di fare filone, è scivolata via dalle dita e dalla gola.
Guardo questa città di mare che condivide con le altre l’odore, di salsedine e lacrime.
Le case, gli edifici accatastati come a voler rubare un pezzo di mare e di sole. Pezzi dimenticati di un meccano rotto e arrugginito.
Rotolando verso sud.
Coppa della Divisione.
Raccontare di “calcetto” giocato senza essere “carina, carina”  e non è facile, senza le luci rosse ma con le luci e basta, quelle della ribalta.
Un milione di buone ragioni per non partire, non le solite, diverse, sensate.  Cosa ci facciamo qui, davvero?
Se non importa a loro, alle giocatrici, alle attrici di questo spettacolo, perché dovrebbe importare a me, ad altri.
Io racconto per professione questo sport e mia madre non ha mai visto nemmeno una partita, non mi chiede nemmeno che cosa accade. Non le importa nulla.
Arriviamo a destinazione con il sole negli occhi, con l’acqua sulla destra e il cuore a sinistra.
Le case antiche, incollate dai ricordi, l’odore dei nonni, di crostata e di riflessi stanchi, di piastrelle strane, mattonelle disegnate a rombo.
Le parole nascoste dietro alla musica “indie” per quella necessità di sentirsi unici, nella speranza che parole e musica rendano la parola “diverso” splendente come il sole.
Cinque ore dopo e 486 chilometri più in là, ci sono ancora i peti vocali di quelli disposti a credere a una menzogna piuttosto che fare i conti con la verità. Troppo stupidi o troppo corrotti, oppure le due cose insieme.
Ancora una volta a sporcare di bugie lo sport, quello che praticano queste donne, sono gli uomini che lo gestiscono anche se non le capiscono mai davvero. Capaci di farlo tornare calcetto con una telefonata ben piazzata.

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